Stagionature

gennaio 13th, 2010

Al ritorno da un viaggio la prima cosa che un fotografo fa è scaricare sul computer le immagini realizzate, aggiungere le parole chiave necessarie alla loro rapida ricerca e, con una certo vibrante entusiasmo – cominciare a farle scorrere lentamente sotto i propri occhi, verificare l’esposizione, la composizione, la messa a fuoco. Poi, carico di entusiasmo, il fotografo si butta nel trattamento dei file raw, un processo il più delle volte già ponderato in fase di scatto, intervenendo per correggere certe dominanti cromatiche, bilanciare le luci, migliorare i contrasti. Dopo questo fondamentale passaggio la fotografia sviluppata è lì, carica della sua forza evocativa e narrativa, a compiacere prima di tutto chi con tanta fatica e aspettativa l’ha realizzata.
A volte però qualcosa non torna: le immagini scorrono sul monitor prive di un valore narrativo, povere di significato, senza vita, e non c’è correzione in grado di restituire ciò che la ripresa ha omesso di registrare. Qualcosa è andato storto.
Certo, di questo il solo responsabile è il fotografo, ma nella fotografia di outdoor spesso anche le condizioni ambientali concorrono a condizionare il lavoro e a frantumare le sue aspettative.
Circa un paio di anni fa, più o meno in questo periodo, ho visitato l’Isola di Arran, chiamata la “Piccola Scozia” perché nel suo ristretto territorio contiene in qualche misura tutte le caratteristiche paesaggistiche tipiche della regione del Regno Unito. Un buon motivo per affrontare un viaggio alla scoperta di questo piccolo tesoro.
In Scozia si sa, piove, ma quattro giorni interi di acqua pressoché incessante sono stati duri da affrontare, e se peggio di così può solo piovere in questo caso il peggio è stato un vento continuo che ha trasformato la pioggia in una doccia orizzontale, con il risultato di innaffiare costantemente la lente frontale dell’obiettivo non appena testardamente estraevo la macchina fotografica da sotto la giacca. Tanta è stata l’insoddisfazione e la delusione che tornato, a parte un paio di panoramiche salvate dal disastro e realizzate l’unica mezza giornata di tregua pluviale, mi sono completamente disinteressato al resto degli scatti e li ho abbandonati al loro destino, ripudiandoli come figli, vedendo in loro solo un insieme noioso di pixel.
Ma non è stato un addio definitivo, ma una strategia più o meno inconscia che a volte applico, la definirei sedimentazione, e consiste nel far cadere in una specie di letargo le fotografie, dimenticarmene pur ricordando che ci sono, lasciare che covino sotto la cenere e… insomma, il senso è chiaro.
Dopo questo periodo di stagionatura, posso tornare a guardarle e riappropriarmene, accettarle come mie e capire quale sia la chiave giusta per riuscire a farle parlare.
Nel caso di Arran, quando solo qualche giorno fa ho riaperto la vecchia cartella – complice manco a farlo apposta l’ennesima giornata piovosa di questo grigio inverno – le suggestioni vissute due anni fa si sono finalmente rivelate sottoforma di queste fotografie in bianco e nero, ridando senso e dignità non solo al luogo, ai ricordi e alle atmosfere, ma anche al mio trascinarmi sotto l’acqua per giorni e, onore al merito, anche alla fatica di mia sorella Eleonora, compagna di viaggio in mezzo al fango scozzese.

Difficile affermare quanto del mio ci abbia messo ma, senza scomodare troppo Michelangelo, potrei dire che è quasi come se le fotografie fossero state già li sotto, bastava togliere quello che c’erà in più. In questo caso non era marmo, ma colore, un colore inutile, che infastidiva, che banalizzava, che nascondeva ciò che le immagini erano veramente.

Forse vale la pena fare un’altra riflessione. Accogliendo i visitatori alla mia mostra di dicembre, alcune persone hanno manifestato davanti alle immagini esposte una certa “diffidenza” riguardo l’uso del bianco e nero applicato al paesaggio. Altri invece ne erano assolutamente attratti. Per quanto mi riguarda, l’uso del bianco e nero o del colore non sono in conflitto, né vorrei appartenere alla scuola del bianco e nero o a quella del colore: in qualche misura è come se per certe immagini fosse naturale essere in bianco e nero, come se i miei stessi occhi al momento dello scatto avessero visto in bianco e nero, tanto che guardare il file originale a colori questo appare come una artificiosa rielaborazione. Così è stato riguardare e riscoprire queste fotografie, a due anni di distanza.

One Response to “Stagionature”

  1. Cris scrive:

    E si, hai ragione Max quando dici “in qualche misura è come se per certe immagini fosse naturale essere in bianco e nero, come se i miei stessi occhi al momento dello scatto avessero visto in bianco e nero” ….restando fermo il fatto che di un paesaggio quello che rimane dentro è la globalità degli elementi, penso che a volte caratterizzante sia l’atmosfera data da luci e colori, da quella che definirei l’ “estetica visibile” del luogo; altre volte quello che risalta maggiormente è la matericità degli elementi, questa è data, più che dal colore, dal chiaro scuro e in massima parte dall’ “esperienza tattile” vissuta sulla pelle, dentro le narici, sulla punta della lingua e gli occhi “vedono in bianco e nero”…io penso che sia proprio questo secondo tipo di esperienza che risalta nelle tue immagini in bianco e nero, e le apprezzo per questo. affascinante il potere della fotografia di mettere l’accento su un aspetto o sull’altro…e su molti altri ancora…
    Adesso che la tua esperienza di “stagionatura” mi ha fatto scattare la curiosità…vado a vedere cosa succede ad alcune delle mie foto se le metto in bianco e nero ;) ! ciao!

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